Quale miglior modo di inaugurare una novità, se non quello di gioire in un bel brindisi! Ed è subito Traviata: Violetta, Alfredo, i calici che si levano alti, la musica travolgente, il coro e i canti che riempiono lo spazio.
Inaugurare questo spazio con l’energia del “Libiamo ne’ lieti calici” non è solo un omaggio a una delle pagine più celebri della storia della musica, ma è un invito a condividere l’entusiasmo per ciò che nasce oggi. Come in quel salone parigino la musica dà il via alla festa, così queste righe segnano l’inizio del percorso di Musagente™.
Che la gioia di questo celebre tema verdiano sia il miglior auspicio per il cammino che ci attende.
Entriamo subito nel cuore del salone parigino: è Violetta stessa a dare il via, esortando gli amici arrivati in ritardo a non perdere nemmeno un istante della serata. Già in questi primi decasillabi emerge chiaramente la sua filosofia di vita: «[…] fra le tazze è più viva la festa».
Non è solo un invito alla convivialità, ma una vera e propria dichiarazione d’intenti. Per Violetta, il piacere è una medicina necessaria, un rimedio contro l’ombra che minaccia la sua esistenza: «al piacere m’affido, ed io soglio / col tal farmaco i mali sopir». In questa scelta linguistica del libretto, il termine “farmaco” non è casuale: anticipa la funzione vitale che la protagonista attribuisce alla distrazione e alla festa, preparando il terreno a quella che sarà poi l’esplosione musicale del Brindisi.
Questi versi, nella loro apparente leggerezza, potrebbero quasi passare inosservati se non conoscessimo già il destino amaro che attende la protagonista. In realtà, è lo stesso Verdi a giocare d’astuzia: ‘nasconde’ la malattia incipiente di Violetta dietro un ritmo orchestrale incalzante, un motore sonoro che suggerisce l’urgenza di una festa che non può e non deve terminare.
Questa tensione vitale viene sottolineata magistralmente dalla linea melodica: sulle parole che inneggiano al piacere come ‘farmaco’, la voce di Violetta svetta verso il registro acuto, quasi a voler dominare con il canto quella sofferenza che la musica, con il suo incedere travolgente, cerca di tenere a bada.
Questo ritmo orchestrale, così vivo e febbrile, ci traghetta senza soluzione di continuità nella seconda scena, segnata dall’ingresso di Alfredo e dal suo incontro con Violetta. Ma è l’annuncio che la cena è servita a dettare un cambio di registro: «Miei cari sedete; / è al convito che s’apre ogni cor».
In questo momento cruciale, l’orchestra arresta improvvisamente la sua corsa frenetica per lasciare spazio al respiro dell’invito. È un invito a cui tutti gli ospiti rispondono all’unisono: «Ben diceste… le cure segrete / fuga sempre l’amico licor». Qui, il termine ‘fuga’ assume tutto il suo peso dinamico: il vino non si limita a consolare, ma ha il compito attivo di scacciare, di mettere in fuga i pensieri oscuri (le ‘cure’) per permettere alla festa di riprendere con un’energia ancora più travolgente di prima.
L’atmosfera è ormai carica di aspettativa e tutti gli invitati incitano Alfredo a offrire un brindisi che sia all’altezza della serata. Si apre così il momento più iconico dell’intera opera.
È questo uno dei temi più noti dell’intera opera, citato spessissimo persino nei jingles pubblicitari o nei contesti più svariati, che, decontestualizzandolo, hanno finito per banalizzarlo. Invece questa brillante melodia di valzer veloce, che qui è superfluo citare data la sua celebrità, non solo colloca cronologicamente la vicenda della Traviata nella metà dell’Ottocento, come desiderava il compositore, a dispetto dell’indicazione settecentesca del libretto,ma anche si inserisce nella tradizione tutta francese della chanson à boire.[1]
Qui Verdi compie una scelta ritmica magistrale: l’orchestra abbandona il tempo quaternario per scivolare nel ritmo ternario del valzer.
Su questo incedere danzante, Alfredo declama quartine di settenari seguendo uno schema rimico rigoroso (ABBC DEEC), dove il gioco tra accenti sdruccioli, piani e tronchi conferisce al canto un’irresistibile spinta propulsiva. Sebbene Violetta e il coro rispondano mantenendo la stessa identica struttura metrica, il contenuto rivela un contrasto drammatico profondo.
Mentre Alfredo corteggia la padrona di casa celebrando l’amore come una forza onnipotente capace di suscitare un’ebbrezza superiore a quella del vino, Violetta ribatte con una visione disincantata ed effimera. Per lei, la vera cura sono le gioie e le follie mondane. È un mirabile ‘botta e risposta’ psicologico: da una parte l’invito appassionato di chi ama, dall’altra l’ostinata difesa di chi ha scelto di ignorare l’amore per rifugiarsi nel piacere.
Nella Traviata le tinte fondamentali sono due, contrapposte come lo sono le due sfere di valori che rappresentano. La prima è quella mondana e sentimentale, realizzata con l’uso insistente, in molti pezzi, di un ritmo di valzer più o meno latente. Lo stesso ritmo può però scolorire verso una tinta più cupa e minacciosa, come nel motivo strumentale che accompagna ossessivamente la scena del gioco di carte: anche questo è un valzer, anzi è lo stesso motivo del valzer del primo atto, ma quanto mutato da quello.[2]
Per concludere, queste prime scene del La Traviata ci offrono una sintesi perfetta della complessità verdiana. Il vino si manifesta innanzitutto come un ‘farmaco’ ambivalente, capace di lenire i mali del corpo tanto quanto quelli dell’anima, mentre il brindisi assurge a gesto simbolico sospeso tra l’invito all’amore e il richiamo alla mondanità.
In questo contesto, il vino e il brindisi si rivelano veri e propri musagenti, diventando al contempo oggetti del musagire. Il vino agisce da musagente quando placa temporaneamente gli affanni di Violetta, permettendole di abbandonarsi alla follia, o quando infonde in Alfredo l’audacia necessaria per dedicare pubblicamente i suoi versi all’amata. Allo stesso modo, il brindisi si fa musagente offrendo ai due protagonisti una cornice conviviale e giocosa entro cui dialogare e palesare i propri, contrastanti, punti di vista.
Tuttavia, vino e brindisi sono anche strumenti del musagire di Verdi: il compositore li utilizza per tessere un inizio solo apparentemente festoso e superficiale che, dietro il ritmo incalzante e la brillantezza melodica, lascia già presagire le ombre di un epilogo tragico.
di Eleonora Cipolla
[1] La Fenice prima dell’Opera, 2004-2005, pag. 83, nota a piè di pagina
[2] Fabrizio della Seta, La traviata, dal dramma alla musica, in «La Fenice prima dell’Opera (2004-2005)»


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