Vino e Opera: la coppia perfetta

Chi frequenta l’opera lirica sa che il vino è ovunque. Scorre nei brindisi, accompagna le feste, supporta i cori, precede le confessioni, talvolta prepara la tragedia. Eppure, proprio per la sua apparente ovvietà, raramente viene interrogato come elemento strutturale del discorso musicale e drammaturgico. Il vino è spesso considerato un dettaglio di colore, un segno realistico, un pretesto teatrale. Ma se fosse molto di più?

L’idea di dedicare una serie di articoli al vino nell’opera nasce da questa domanda semplice e insieme perturbante: che cosa accade se smettiamo di considerare il vino come semplice accessorio scenico e iniziamo a leggerlo come agente attivo della narrazione musicale? Che cosa cambia, nella comprensione di un’opera, se seguiamo la traiettoria di un elemento ricorrente invece di un personaggio, di un’aria celebre o di un compositore?

Il vino, per sua natura, non è mai neutro. Porta con sé una stratificazione simbolica che attraversa secoli di cultura: è festa e sacrificio, sangue e veleno, euforia e perdita di controllo, comunione e isolamento. Nell’opera lirica, forma d’arte che vive di eccessi regolati e di emozioni portate al limite, il vino diventa un catalizzatore potentissimo. Non solo accompagna l’azione: spesso la orienta, la accelera, la devia.

Seguire il vino significa allora seguire ciò che accade ai corpi. Il corpo che canta, il corpo che beve, il corpo che perde misura o che si illude di ritrovarla. Significa osservare come la musica traduca stati alterati della coscienza, come il ritmo, la reiterazione, il timbro orchestrale partecipino alla costruzione dell’ebbrezza, reale o simbolica. Significa anche interrogare il libretto, il suo lessico, le sue insistenze, i suoi silenzi.

Questa serie non nasce con l’intento di “raccontare curiosità” o di raccogliere scene celebri legate al brindisi. Al contrario, l’obiettivo è attraversare opere anche molto diverse tra loro lasciandosi guidare da una presenza discreta ma costante. In alcuni casi il vino sarà protagonista esplicito; in altri agirà in modo più sotterraneo, come metafora o come presupposto implicito. Talvolta unirà i personaggi, talvolta li separerà irrimediabilmente.

Ogni volta che un calice si alza in scena, qualcosa si espone: un desiderio, una fragilità, un inganno, una crepa nell’ordine costituito. L’opera lirica, con la sua capacità unica di rendere udibile il conflitto interiore, amplifica questi momenti trasformandoli in snodi decisivi della narrazione.

Vino e Opera: come nasce l’idea

Durante un pranzo tra amici, davanti a un bicchiere di vino particolarmente riuscito, mi sono sorpresa a commentare ad alta voce: «Però! Questo vino è generoso!», citando senza pensarci Turiddu in Cavalleria rusticana. Non ricordo quale vino fosse, ma ricordo perfettamente quella sensazione di pienezza, di espansione, che ha reso naturale — e inevitabile — il riferimento musicale.

È stato in quel momento che qualcosa si è messo in moto. Non tanto per la citazione in sé, quanto per la sua assoluta spontaneità. Il vino aveva fatto affiorare la musica, e la musica aveva dato parola al vino. Da lì è nata una discussione che, partendo da Mascagni, si è rapidamente allargata ad altri melodrammi, ad altri brindisi, ad altri segmenti in cui il vino non si limita a “stare in scena”, ma agisce, orienta, trasforma.

Avevo da poco concluso e pubblicato un saggio su Medea, e forse anche per questo ero particolarmente sensibile ai meccanismi attraverso cui un elemento ricorrente può diventare chiave di lettura trasversale. In quel dialogo informale ho riconosciuto una continuità: il vino e il brindisi, apparentemente marginali, sono in realtà presenze costanti non solo nel melodramma, ma nella cultura dell’umanità intera, fin dalle sue origini. Sono gesti che accompagnano la festa e il lutto, la comunione e la rottura, la parola detta e quella taciuta.

Da questa consapevolezza nasce il desiderio di seguire il vino nel suo percorso operistico, come elemento quotidiano che, nel teatro musicale, si carica di una densità simbolica tale da diventare rivelatore di equilibri fragili, di stati alterati, di snodi drammaturgici decisivi.

Vino e Opera: fonti e ricerca

Ogni compositore, nel dare forma musicale a un dramma, si muove all’interno di un immaginario già condiviso, nutrito di testi, simboli e pratiche culturali che precedono la partitura. Per questo, prima di entrare nel dettaglio dei libretti e degli spartiti, si è resa necessaria un’indagine preliminare sul tema del vino condotta attraverso saggi non specificamente musicali, capaci di restituirne la portata antropologica, simbolica e culturale.

Il primo testo a cui ho fatto riferimento è Lieti calici di Daniele Rubboli (Edizioni Artestampa), volume che si presenta come una sorta di guida all’opera attraversata da una prospettiva inedita: quella enologica. Si tratta, a oggi, di uno dei pochi contributi che esplorano sistematicamente il repertorio lirico seguendo la traccia del vino e del brindisi. Corredato da utili rimandi all’ascolto, il libro unisce competenza musicale e chiarezza espositiva, rivelando una cultura vasta ma mai ostentata. Rubboli riesce infatti a mantenere un tono diretto e accessibile, capace di incuriosire anche il lettore più distante dal teatro musicale, senza scivolare nella semplificazione né nella compiaciuta erudizione. Proprio questa leggerezza consapevole ne fa un punto di partenza stimolante per un’indagine che intende spingersi oltre la mera catalogazione tematica.

Il secondo volume consultato è Breve storia dell’ubriachezza di Mark Forsyth, tradotto da Francesca Crescentini per Il Saggiatore. A differenza del testo di Rubboli, qui lo sguardo si allarga oltre il teatro musicale per abbracciare una prospettiva antropologica e culturale più ampia. Forsyth ripercorre in senso cronologico la storia globale dell’alcol, intrecciando miti fondativi, documenti storici e aneddoti letterari, e delineando una vera e propria evoluzione dell’ubriachezza nelle diverse epoche e civiltà. Ne emerge un quadro in cui il bere non è soltanto un gesto conviviale, ma un atto carico di implicazioni sociali, religiose e simboliche.

Il terzo volume consultato è stato anche quello più difficile da reperire, non essendo più in commercio. Ritrovarlo usato, in condizioni perfette, con le pagine leggermente ingiallite e quel caratteristico odore di carta che tradisce il tempo trascorso, è stato come trovare un piccolo tesoro. Il calamaio di Dioniso di Pietro Ghibellini, edito da Garzanti, esplora la presenza del vino nella poesia italiana tra Settecento e Novecento, estendendo lo sguardo anche alla prosa e offrendo un panorama ricco e stratificato di significati. Attraverso autori e contesti diversi, il vino assume di volta in volta connotazioni molteplici: euforia e malinconia, vitalismo e decadenza, sacralità e ironia. Ne emerge con chiarezza come il valore simbolico del vino non sia mai fisso, ma si trasformi con la storia e con la sensibilità culturale. È una dinamica che ritroviamo, con sorprendente coerenza, anche nel teatro musicale — non a caso più volte evocato nel volume — dove il vino cambia funzione e peso drammaturgico a seconda dell’opera, dell’epoca e della poetica del compositore.

Vino e Opera: il metodo Musagente

Se i saggi consultati hanno fornito una cornice culturale ampia entro cui collocare il tema del vino, è però la mia formazione a costituire il vero asse di questa indagine. Gli studi musicali, l’analisi delle partiture, la frequentazione della storia e della letteratura musicale mi hanno insegnato a leggere l’opera come un organismo complesso, in cui ogni elemento scenico trova senso solo nella relazione con la struttura sonora.

A questo si aggiunge l’esperienza del canto. Come interprete, ho sviluppato una particolare affezione per la parola e per ciò che la supera. Il verso, nell’opera, non è mai autosufficiente: la musica che lo avvolge, lo prolunga, talvolta lo contraddice, è capace di suggerire significati ulteriori, di aprire fessure interpretative che il testo da solo non potrebbe contenere. Andare oltre il verso significa ascoltare ciò che accade tra le sillabe, nei respiri, nei colori orchestrali che trasformano un brindisi in festa o in presagio.

Gli studi di linguistica hanno affinato questa sensibilità verso la stratificazione semantica e verso le dinamiche profonde della parola; quelli di critica letteraria e di letteratura comparata hanno ampliato l’orizzonte, rendendo naturale il confronto tra testi, epoche e forme espressive diverse.

Seguire il vino nell’opera significa allora assumere un diverso punto di osservazione: non l’elemento dominante, ma quello musagente che attraversa testo, musica e scena. È in questa dimensione metafisica che si rivelano dinamiche profonde, stratificazioni simboliche e tensioni drammaturgiche solitamente lasciate sullo sfondo. Da qui prende avvio un percorso che non intende esaurire il tema, ma attraversarlo, opera dopo opera, lasciando che sia la musica stessa a restituirne di volta in volta il senso.

di Eleonora Cipolla

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