Genesi

Musagente nasce d’improvviso, nel tempo sospeso di un viaggio in auto verso casa. Dopo un’annosa gestazione di idee, in un paio d’ore la visione si è fatta luminosa e cristallina: perfettamente ordinata, pronta per essere agita.

Il seme di questa intuizione viene piantato nel 2022, durante la stesura della mia tesi magistrale in Linguistica Moderna. Unendo la mia formazione musicale alla ricerca linguistica, è stato naturale approdare alla librettologia, approfondendo l’archetipo di Medea attraverso i secoli. Quello studio ha acceso una scintilla destinata a non spegnersi: la consapevolezza che scrivere di libretti e spartiti, condividendone le scoperte, fosse un modo complementare a quello pratico di agire la musica. Da questa urgenza è nato il saggio Medea nei libretti d’opera italiani. Dal Seicento agli anni Duemila[1].

Negli anni seguenti, il mio bagaglio di Musagente si è arricchito attraverso l’esperienza sul campo: le collaborazioni con OperaLibera e Brainstorming Culturale mi hanno permesso di esplorare la critica e la recensione, portandomi a scoprire — e ad innamorarmi — dell’universo dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia. Ma questa, come ogni genesi che si rispetti, è un’altra storia.

Nòstos: viaggio identitario

Il termine greco νόστος (nòstos) significa “ritorno” ed è l’immagine che meglio descrive il viaggio mentale che mi ha condotto a Musagente. Nell’antica Grecia, il nòstos non rappresentava soltanto lo spostamento fisico verso casa, ma un autentico recupero dell’identità.

Gli eroi dei poemi epici — i protagonisti dei Nóstoi, di cui l’Odissea è l’esempio più fulgido — facevano ritorno profondamente trasformati dalle prove superate. Il viaggio, con le sue tempeste e le sue scoperte, era la condizione necessaria per compiere se stessi e diventare ciò che erano destinati a essere. Allo stesso modo, il mio percorso tra linguistica, musica e critica non è stato un allontanamento, ma la deviazione necessaria per tornare alla musica con una voce nuova: quella, appunto, del Musagente.

Il momento della svolta è avvenuto immersa nel quotidiano: ero ferma a un semaforo su Corso di Francia, a Roma. Alla radio, come in ogni mio viaggio, c’era Radio Subasio. Noemi cantava “puoi chiamarmi Bianca, Bianca come una bugia” e, quasi per gioco, ho iniziato a interrogarmi sul perché alcuni colori fossero diventati nomi propri e altri no.

Da quel pensiero, la memoria è scivolata verso un ricordo liceale: il desiderio di chiamare Minerva una figlia, semmai l’avessi avuta. In quel preciso istante, la lampadina si è accesa. Ho capito che dovevo tornare alle origini, a quella classicità che mi appartiene, per trovare la chiave di tutto.

Da settimane, infatti, cercavo di dare forma a un progetto di divulgazione; avevo già scelto un nome, ma sentivo che non mi convinceva, non mi “calzava”. Il ritorno a Minerva ha spalancato un mondo: ho compreso che solo attraverso il bacino semantico del greco avrei potuto restituire le mille sfaccettature della musica che volevo raccontare. Mancava solo la parola esatta.

“Cantami, o Diva”. In fondo, era stata proprio una Musa — Noemi — a darmi il LA. Davanti a me avevo ancora un paio d’ore di viaggio e una visione che premeva per uscire: così, ho iniziato un’insolita conversazione con l’Intelligenza Artificiale.

Sentivo l’urgenza di esplorare subito quelle radici greche, di interrogare la tecnologia per mappare le possibilità della lingua, nell’attesa febbrile di arrivare a casa e potermi finalmente buttare a capofitto sul Rocci. È stato in quel dialogo sospeso tra il traffico e il digitale che le tessere hanno iniziato a incastrarsi, preparando il terreno per l’incontro definitivo con il vocabolario.

Il mio dialogo con l’Intelligenza Artificiale è iniziato con una richiesta precisa: “Dimmi il nome delle Muse e fammi una descrizione”. Mentre scorrevano i nomi, i ricordi si riaccendevano. Rivedevo Melpomene, che avevo scelto per la copertina del mio libretto di sala al Diploma triennale; ricordavo lo sguardo delle statue incontrate appena un mese prima ai Musei Vaticani, durante una visita veloce rubata poco prima di un concerto.

Da quegli incontri è scaturita una disquisizione profonda su mousikè, ethos e, infine, su Apollo Musagete. Chiesi allora di verificare quanto e da chi fossero già utilizzati questi nomi nell’ambito della divulgazione. Il termine Musagete, riferito ad Apollo, mi affascinava, ma conteneva un limite che non sentivo mio.

muṡagète (alla lat. muṡàgete) agg. e s. m. [dal lat. Musagĕtes, gr. Μουσαγέτας, comp. di Μοῦσα «musa2» e tema di ἄγω «condurre»]. – Nella mitologia greca, epiteto di Apollo quale guida delle Muse: Apollo M. (anche assol., il M.); l’apparizione diurna Del dio musagète (D’Annunzio)[2].

Immaginavo Apollo come un direttore d’orchestra intento a guidare le Muse nella loro arte, la μουσική (mousikē): una posizione gerarchicamente superiore, una guida che distacca. La mia idea di divulgazione, invece, era visceralmente legata al fare. Mi sono chiesta: Perché ago (condurre) e non agere (agire)?”.

In realtà, la risposta era già scritta nella lingua: le radici sono “cugine” strette, derivano dalla medesima radice indoeuropea *ag-, che indica il movimento, la spinta, il mettere in azione. Eppure, nel passaggio dal greco al latino, quel “mettere in moto” aveva assunto una sfumatura più pratica e partecipativa.

È in questo scarto semantico che è nato Musagente: non più una guida distaccata, ma colui che agisce la musica. Una divulgazione che mette in moto un processo circolare, dove chiunque entri in contatto con l’idea diventa, a sua volta, Musagente.

In quel flusso di scoperte, la mia memoria, con l’aiuto del caro vecchio Rocci, ha recuperato un tassello fondamentale: il verbo greco μουσίζω (mousizō), all’infinito μουσίζειν (mousizein). In un’unica, densa parola, questo termine racchiude il significato di “cantare, suonare, fare musica, coltivare la musica”.

È affascinante notare come in italiano non esista un equivalente altrettanto sintetico; noi dobbiamo ricorrere a locuzioni, separando l’azione dal concetto. Μουσίζειν è invece l’azione pura: è l’essenza del fare musica che si manifesta. Questa scoperta è stata la conferma definitiva: se esisteva un verbo per “agire la musica”, allora il mio progetto non poteva che chiamarsi Musagente.

mu·sa·gì·re v. intr. e tr. (pres. musagìsco, musagìsci, ecc.; aus. avere). – 1. intr. Compiere l’azione di agire la musica; muoversi nel solco della mousikè non come meri esecutori o ascoltatori, ma come soggetti attivi di un processo enattivo. 2. tr. Trasformare un’idea, un libretto o una partitura in materia viva attraverso la divulgazione e la condivisione. 3. estens. Praticare la musica secondo la filosofia di Musagente, ovvero mettendo in moto riflessioni e connessioni che cambiano forma a seconda di chi le accoglie.

Etimologia: Composto d’invenzione d’autore, derivato per aplologia dal latino musa e agere («agire»), con l’influsso del greco μουσίζειν (mousizein – «fare musica, suonare, cantare»). Il verbo colma la lacuna semantica della lingua italiana, che non possiede un termine univoco per esprimere l’atto di rendere la musica un’azione trasformativa.


[1] https://atlantideditore.it/product/medea-nei-libretti-dopera-italiani/

[2] https://www.treccani.it/vocabolario/musagete/