La ragazza che passa: da Beatrice alla Garota de Ipanema

Nella mia nuova avventura musicale sono inciampata in uno dei brani più celebri della bossa nova: la Garota de Ipanema.

La ragazza che passa: come nasce una canzone

Il brano nacque nel 1962 dall’incontro tra due delle figure più importanti della bossa nova, il poeta Vinicius de Moraes e il compositore Antônio Carlos Jobim. La storia è ormai entrata nella leggenda: i due erano soliti ritrovarsi nel bar Veloso, nel quartiere di Ipanema, a Rio de Janeiro. Da quel tavolino osservavano il passaggio quotidiano di una giovane ragazza diretta verso la spiaggia. Si chiamava Heloísa Eneida Menezes Paes Pinto, conosciuta poi da tutti come Helô Pinheiro, e aveva appena quindici anni.

La sua figura colpì profondamente i due artisti. Non tanto perché fosse semplicemente bella, quanto perché sembrava incarnare qualcosa di più ampio: la giovinezza, la luce di Rio, la leggerezza di un’epoca e, al tempo stesso, la fugacità di quell’istante. La canzone nacque proprio da questa esperienza quotidiana dello sguardo. Non a caso, in una prima fase, il brano avrebbe dovuto intitolarsi Menina que passa, “la ragazza che passa”: un titolo che mette in evidenza il vero nucleo poetico della composizione e che anticipa la lettura che segue.

La consacrazione internazionale arrivò pochi anni dopo. Nel 1964 il brano entrò nell’album Getz/Gilberto, destinato a diventare uno dei dischi più influenti della storia del jazz e della bossa nova. Fu in quell’occasione che la canzone conquistò il pubblico mondiale nella versione inglese The Girl from Ipanema, interpretata dalla voce delicata e quasi sussurrata di Astrud Gilberto. Da allora la ragazza che attraversava le strade di Rio cessò di essere soltanto una persona reale e divenne una figura simbolica, entrando nell’immaginario collettivo come una delle più celebri incarnazioni della bellezza fugace e irraggiungibile.

La ragazza che passa: dalla saudade al topos medievale

La melodia è semplice, inconfondibile, apparentemente leggera. Eppure sotto quella superficie luminosa scorre una vena di malinconia che appartiene profondamente alla cultura brasiliana. Infatti, in questa apparente semplicità si nasconde uno dei sentimenti più caratteristici della cultura lusofona: la saudade.

Tradurre questa parola è quasi impossibile: non è semplice nostalgia, né soltanto malinconia, ma il desiderio di qualcosa che è assente, il ricordo di qualcosa che forse non è mai stato posseduto, la dolcezza e il dolore che convivono nello stesso sentimento. È la consapevolezza che la bellezza esiste, ma non ci appartiene.

Studiando con attenzione il testo della canzone, però, mi sono accorta che ciò che vi è raccontato non appartiene soltanto al Brasile del Novecento. La Garota de Ipanema ripropone infatti un topos antichissimo della cultura occidentale: la figura femminile che appare, passa e scompare, lasciando dietro di sé desiderio, stupore e malinconia.

Nella poesia medievale l’apparizione della donna è spesso descritta come un evento quasi sacro. In Tanto gentile e tanto onesta pare, Dante racconta il passaggio di Beatrice per le strade di Firenze. La donna non compie alcuna azione straordinaria: cammina, saluta, attraversa lo spazio urbano. Eppure la sua presenza trasforma il mondo circostante. Gli uomini abbassano lo sguardo, le lingue si fanno mute, l’aria stessa sembra mutare consistenza. Beatrice è un’apparizione più che una persona.

Pochi anni prima, Guido Cavalcanti aveva aperto la celebre canzone Chi è questa che vèn, ch’ogn’om la mira, costruita sul medesimo meccanismo. Anche qui la donna attraversa lo spazio dello sguardo. Non parla, non si ferma, non interagisce. La sua funzione è quella di suscitare meraviglia. L’evento poetico coincide con la sua apparizione.

Con la modernità, tuttavia, qualcosa cambia. La donna non è più una creatura angelicata, ma una sconosciuta. Nella poesia A una passante, Charles Baudelaire racconta l’istante fugace in cui, tra la folla rumorosa di una città moderna, il poeta incrocia lo sguardo di una donna che subito scompare. L’incontro dura pochi secondi. Proprio per questo diventa indimenticabile. Non resta che il rimpianto di una possibilità mai realizzata.

La ragazza che passa: il filo che unisce discipline diverse

È difficile non riconoscere nella Garota de Ipanema una discendente di queste figure. Come Beatrice, come la donna di Cavalcanti, come la passante di Baudelaire, la ragazza di Ipanema non appartiene a chi la guarda. Esiste soltanto nel momento del passaggio.

Anche la cultura popolare ha continuato a riproporre questo schema. Basti pensare a Oh, Pretty Woman di Roy Orbison, dove ancora una volta il racconto nasce dall’apparizione improvvisa di una donna che attraversa la strada e cattura l’attenzione dell’osservatore.

Nel Novecento questo stesso sentimento sembra riaffiorare anche nelle opere di Edward Hopper. Le sue figure femminili appaiono spesso visibili e vicine, ma emotivamente irraggiungibili. Sono donne colte in un momento sospeso, immerse nei propri pensieri, separate da chi osserva da una distanza che non può essere colmata. Non è difficile vedere in esse una versione contemporanea della passante di Baudelaire.

Verrebbe spontaneo pensare anche a Musetta della Bohème. Eppure qui emerge una differenza fondamentale: Musetta sa perfettamente di essere osservata e, anzi, costruisce deliberatamente la propria apparizione. Quando canta il celebre valzer Quando me’n vo’, utilizza la propria bellezza come strumento di seduzione e dirige consapevolmente gli sguardi di chi la circonda. Si potrebbe affermare ched la sua presenza è performativa, poiché Musetta non attraversa semplicemente la scena, ma la domina.

Nella Garota de Ipanema accade invece qualcosa di molto diverso. La ragazza cammina verso il mare senza rivolgere lo sguardo a chi la osserva. Non cerca attenzione, non mette in scena se stessa, non sembra nemmeno accorgersi di essere contemplata. La sua forza poetica risiede proprio in questa inconsapevolezza.

Dal punto di vista musicale e teatrale, Musetta è un soggetto attivo dell’azione. Attraverso il canto modifica il comportamento degli altri personaggi, provoca reazioni, orienta la vicenda drammatica. La ragazza di Ipanema, al contrario, non agisce realmente nella narrazione: è quasi immobile sul piano drammatico. Eppure il suo passaggio genera qualcosa. Se Musetta produce effetti attraverso la propria volontà, la Garota li produce attraverso la propria semplice presenza.

La ragazza che passa: conclusione di un lungo viaggio

La ragazza di Ipanema appare più vicina alle figure della tradizione lirica e stilnovistica che non ai personaggi operistici veri e propri. Come Beatrice per Dante, la donna di Cavalcanti o la passante di Baudelaire, non è tanto protagonista di una storia quanto, invece, occasione della trasformazione interiore altrui. Non compie azioni memorabili, ma suscita uno stato dell’animo, mette in moto il pensiero, il desiderio e infine il canto.

Forse è proprio qui che risiede il segreto della canzone. La ragazza non è il vero soggetto del brano: il vero protagonista è ciò che il suo passaggio produce. Non l’amore, ma il desiderio; non il possesso, ma la contemplazione; non l’incontro, ma quella sottile saudade che nasce di fronte a una bellezza destinata a sfuggire. La Garota de Ipanema non appartiene alla tradizione delle donne amate, ma a quella delle donne che passano: figure che attraversano lo spazio dello sguardo senza fermarsi, che non restano abbastanza a lungo per diventare una storia, ma abbastanza da lasciare un’impronta nella memoria e generare una canzone.

di Eleonora Cipolla

Nota dell’autrice: questo articolo nasce dall’intreccio di studi, letture e ricerche personali sviluppati nel corso degli anni in ambito musicale, letterario e culturale. Le riflessioni qui proposte non derivano da una singola fonte, ma dalla convergenza di materiali consultati in momenti e contesti diversi, alcuni dei quali legati direttamente all’approfondimento di Garota de Ipanema, altri maturati nel corso di precedenti percorsi di studio. Si è pertanto scelto di non inserire una bibliografia dettagliata, privilegiando il carattere divulgativo e interpretativo del contributo.

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